BAMBINI IPERATTIVI : KARATE E ARTI MARZIALI MEGLIO DEI FARMACI 

a cura di ADINA AGUGIARO 

“A pensar male – ha sentenziato un politico nostrano – si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca”. La frase torna in mente scorrendo i risultati di una ricerca dell’Università del Massachussetts secondo la quale la quasi totalità degli psichiatri che hanno curato la sezione “Disturbi dell’umore e Schizofrenico-psicotici” nell’ultimo DSM (il manuale universale dei disturbi psichici) hanno legami di interesse con le case farmaceutiche. Ancor più delicata la questione nel caso di bambini affetti da DDAI (disturbo da deficit di attenzione-iperattività): irrequieti, impulsivi, incapaci di concentrarsi e di organizzarsi, disperazione di insegnanti e genitori. Per loro anni fa gli americani avevano stabilito come cura ideale il Ritalin: anfetamina, in grado per effetto paradosso di innalzare il livello di serotonina nei neurotrasmettitori del cervello con effetti positivi a livello comportamentale. Quando i disastrosi effetti collaterali del farmaco fecero scattare il mea-culpa nelle coscienze dei medici statunitensi, la “moda” era passata da noi.

Il richiamo alla cautela estrema sull’uso di un principio attivo, bandito in Italia nel ’99 come stupefacente e reintrodotto nel 2003 come psicofarmaco, non può prescindere dal proporre terapie alternative.

Non è più un’utopia: due studi effettuati – guardacaso – negli Usa e basati sugli stessi presupposti teorici, meritano d’essere diffusi nelle scuole per sensibilizzare le famiglie sul disturbo Ddai e su un metodo di cura naturale ed efficace che parte dalla constatazione di come un’alta intensità, frequenza e durata di attività aerobiche inducano nel cervello umano modificazioni chimiche positive quanto il farmaco psico-stimolante.

Nello studio di Wendt un gruppo di bambini iperattivi tra i 5 e i 12 anni, sottoposti cinque giorni la settimana a sessioni di esercizi fisici della durata di quaranta minuti ciascuna, dopo un paio di settimane presentavano miglioramenti addirittura superiori a quelli ottenuti col farmaco.

Nello studio di Morand (2004) tra un primo gruppo di ragazzi sottoposti a normali esercizi fisici, un secondo per cui era stato scelto un trattamento combinato bisettimanale di karate e altre arti marziali ed un terzo di controllo, i risultati migliori vennero registrati nel secondo.

Il karate e le arti marziali in genere sono infatti in grado di influire positivamente sull’autostima e di gestire i sentimenti di vulnerabilità e di aggressività degli individui.